Biblioteca Francescana Provinciale “P. A. Fania”

La storia della Biblioteca francescana provinciale si identifica con quella del Santuario di San Matteo e della Provincia religiosa dei frati minori di Puglia e Molise che l’ha istituita nel 1905 come biblioteca per lo Studio teologico. Eretta a biblioteca provinciale, dal 1970 essa svolge servizio pubblico, mettendo attualmente a disposizione una consistenza di patrimonio librario che si aggira sui 200.000 volumi (di cui, già catalogati: 5.699 libri antichi e 45.150 libri moderni), oltre a circa 455 periodici e 3.000 materiali audiovisivi. La biblioteca espone anche raccolte archeologiche (preistoriche, protostoriche e medievali) e liturgico-devozionali.

Già riconosciuta nel 1984 come biblioteca di ‘interesse locale’ dalla Regione Puglia, nel 2019 il Ministero per i beni e le attività culturali–Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia e della Basilicata ha notificato che la Biblioteca riveste ‘eccezionale interesse culturale’. Dal 2020 è inoltre sede dell’Archivio Storico provinciale dei frati minori di Puglia e Molise.

Il Santuario di San Matteo dei Frati Minori

Siamo sul Gargano meridionale, il Gargano aspro e odoroso dei santuari, dei pellegrini e degli eremiti. Il nostro convento di S. Matteo, sito nel comune di San Marco in Lamis, è situato nella profonda spaccatura, conosciuta come faglia di Mattinata, che attraversa la montagna da ovest ad est separando nettamente il Gargano meridionale dal resto del promontorio.

Nel fondo della “faglia” corre una strada conosciuta, fin dalla fine del primo millennio cristiano, col nome di Via Francesca, nome legato all’ininterrotto scorrere dei pellegrini dalla fine del sec. V, epoca delle apparizioni di S. Michele Arcangelo, ai nostri giorni. Su questa strada sono sorti, nel fluire dei secoli, ospizi per pellegrini che in seguito diventarono monasteri, santuari ed eremi donando a queste aride e inospitali plaghe un inconfondibile carattere sacro che conquista e coinvolge anche il turista più smaliziato. Il nostro convento di S. Matteo è posto su un alto sprone della montagna che s’insinua all’interno della “faglia” creando una serie di valli profonde e dense di boschi.

Il convento è nato nel sec. VIII come monastero benedettino col nome di S. Giovanni in Lamis. Nel 1311 passò ai Cistercensi.  Nel 1578 fu affidato ai Frati Minori Osservanti della provincia di S. Angelo in Puglia. La devozione all’apostolo ed evangelista S. Matteo, di cui dal sec. XVI si conserva una reliquia, si diffuse in tutta la Capitanata, nel Molise, nell’Abruzzo e in Terra di Bari soprattutto tra gli agricoltori e i pastori. La devozione provocò, tra l’altro, il mutamento, de facto, del nome “S. Giovanni in Lamis”, rimasto come nome ufficiale, a “Convento di S. Matteo” dei Frati Minori.

Storia e antropologia

Il Santuario nacque come monastero dei Benedettini e fu inzialmente intitolato a S. Giovanni Battista (San Giovanni de lama , dal relativo toponimo latino del luogo, caratterizzato dalla presenza fino al sec. XVIII di valli paludose).

Grazie a una serie di privilegi ed elargizioni dei catapani bizantini prima e, a partire dagli inizi del XII secolo, dei sovrani e principi normanni, l’abbazia estese il suo dominio su parte del Gargano e del Tavoliere, fino a diventare uno dei più importanti centri lungo la cosiddetta Via sacra Langobardorum – più correttamente denominata, secondo le più recenti acquisizioni della critica, Via Francesca . Lungo tale percorso sorsero numerosi eremitaggi, chiese e altri piccoli centri monastici, che punteggiano tuttora il territorio e sono in molti casi ancora da indagare, primo fra tutti il convento di Santa Maria di Stignano situato all’imbocco dell’omonima valle.

Un privilegio di Guglielmo II nel 1176 confermò all’abbazia l’esenzione giuridica da qualsiasi autorità religiosa, che non fosse quella del pontefice romano (abbazia nullius), riconosce all’abate un’ampia serie di diritti feudali ed esenzioni fiscali, nonché l’esercizio della giurisdizione civile sui suoi vassalli e assegnò al convento nuovi possedimenti, a Monte Sant’Angelo fino ad alcune chiese, poderi e casali in Terra di Bari. La potenza economica del monastero doveva dipendere in primo luogo dalle rendite provenienti da un complesso patrimoniale tanto cospicuo. Nel quadro delle attività economiche svolgevano un ruolo preminente le fattorie e i numerosi casali appartenenti all’abbazia, con attività legate alla pastorizia (allevamento di bovini e bestiame minuto) e alla coltivazione dei campi (soprattutto vigneti e seminativi).

Un grave colpo al patrimonio del monastero fu inferto nel 1220 da Federico II, il quale tolse alla badia, nonostante le proteste del papa Gregorio IX, la proprietà di San Giovanni Rotondo, col pretesto della falsità dei documenti bizantini che ne garantivano il possesso. Le sorti del monastero non migliorarono con l’avvento degli Angioini. A diverse dispute patrimoniali si aggiunsero rapporti difficili con la feudalità e scontri interni nella nomina dei successori alla guida dell’abbazia. Negli ultimi decenni del sec. XIII si moltiplicarono i segni di una crisi ormai irreversibile. Alcuni casali dovettero essere locati per bisogno di denaro necessario ad assolvere agli obblighi feudali e a promuovere processi contro gli usurpatori dei beni del convento.

Con una bolla avignonese di Clemente V del 20 febbraio 1311 il monastero fu annesso all’abbazia di Casanova e passò all’ordine dei Cistercensi, ai quali rimase fino al XVI secolo. I suoi beni furono assegnati ad abati commendatari a partire dal 1327.

Nel 1378 Gregorio XIII, accertato lo stato di semi-abbandono e di miseria del complesso, lo assegnò ai Frati Minori Osservanti, che diedero inizio al processo di ripresa del convento. Nello stesso periodo vi giunse la reliquia del dente molare di san Matteo, che vi è tuttora custodita in una teca lignea posta dietro l’altare (fig. 1) ed è venerata dai fedeli con grande devozione. A partire dal XVI secolo è attestato il cambio di intitolazione del santuario a San Matteo: non è facile stabilire se tale cambio fu causa o conseguenza dell’arrivo della reliquia. Ciò che invece importa sottolineare è che si trattò di un’iniziativa nata “dal basso”, dalla devozione popolare.

L’avvicendarsi dei diversi ordini religiosi (Benedettini, Cistercensi, Francescani), pur garantendo una certa continuità di vita del complesso, salvo per il breve periodo delle soppressioni ottocentesche, ha comportato un continuo ripensamento strutturale dell’edificio conventuale. Il santuario, tuttora affidato ai Francescani, si presenta come una compatta mole dominante il paesaggio del borgo sottostante, ha pianta quadrilatera con chiostro centrale rettangolare e rispecchia soprattutto l’assetto conferitogli a seguito dei cambiamenti operati dall’ultimo ordine monastico.

L’ingresso, oggi sul lato est e munito dell’attuale scalinata solo nel 1838, era in origine sul lato occidentale del monastero. Anche la chiesa, situata a nord-ovest e al secondo piano dell’edificio conventuale, sin dall’origine a navata unica scandita da paraste, presenta tracce di un primitivo ingresso sul lato orientale. Ha subito una serie di rifacimenti barocchi e settecenteschi nonché, fino agli inizi del secolo scorso, interventi di restauro spesso arbitrari, che impediscono oggi una chiara ‘lettura’ della sua evoluzione architettonica.

Sulle pareti della chiesa più vicine alla zona presbiteriale si sono conservate tracce di affreschi più antichi, relativi ad una prima fase decorativa, databile approssimativamente alla fine del XII secolo. Consta di quattro grandi scene narrative che assumono una notevole importanza, perché anticipano le scene di narrazione storica di età sveva e angioina. Pur non essendo agevole la lettura dei frammentari soggetti figurativi, è ipotizzabile un’immagine di San Giovanni Evangelista (fuso e confuso, anche a livello iconografica, con il Battista eponimo dell’abbazia), la rappresentazione di una fonte che scorre da un’arcata monumentale e una scena con pellegrini. La tavolozza cromatica è ricca, intense le tinte e marcate le linee dei volti. L’ipotesi più probabile è quella di una traduzione in chiave locale di stilemi provenienti dal mondo greco-bizantino. Di una seconda fase decorativa, che ha interessato forse tutte le restanti pareti e alcuni pilastri, databile entro la seconda metà del sec. XIII, affiorano solo, sulla parete destra, tracce di un santo (San Giovanni Battista?) e di un personaggio nimbato (San Benedetto?), figure rappresentate come ‘icone’, ma con la stessa ricchezza e intensità cromatica del primo ciclo, a conferma della presenza nella Capitanata di una vivace cultura figurativa, la cui storia resta però in gran parte oscura.

Nella chiesa è presente, sull’altare maggiore, una statua in legno scolpito e dipinto, sulla quale ancora oggi si discute: in origine sembra fosse un Cristo benedicente, riadattata e “travestita” come Matteo alla fine del sec. XVI. Non tutti gli studiosi, tuttavia, condividono la tesi di una “trasformazione” della statua.

fonte: firbspazisacri.uniba.it

Culto e tradizioni

Per la sua collocazione geografica, le vicende storiche, le testimonianze artistiche ed archeologiche, gli aspetti demo-etno-antropologici, il santuario di San Matteo rappresenta un melting pot unico e originale. E le prassi cultuali e devozionali nonché le tradizioni e le manifestazioni folkloriche, risentono di queste molteplici variabili.

Gli avvicendamenti storici che il complesso subì a partire dall’XI secolo, periodo al quale risale la primo documento scritto sul santuario, com’è naturale, determinarono non soltanto trasformazioni gestionali, architettoniche, liturgiche, ma anche reinterpretazioni del luogo e dei suoi orientamenti cultuali.

La reliquia

L’abbazia di San Giovanni de Lama infatti, convertita alla venerazione per l’apostolo Matteo, assorbì motivi e forme devozionali di quel culto per il Primo Evangelista già diffuso in terra di Capitanata a motivo di una reliquia attribuitagli, un dente molare, proveniente da area campana verso la fine del Cinquecento e, secondo la tradizione, dotata di una potente virtus taumaturgica. È verosimile che la reliquia sia giunta dalla cattedrale di Salerno, dove era custodita a seguito della traslazione delle spoglie del Santo.

La reliquia è conservata in un reliquiario argenteo di XVII secolo che, in occasione dei lavori di risistemazione delle aree di culto per il Giubileo del 2000 è stato oggetto di un intervento di ridefinizione dell’apparato espositivo. Collocata nella parte posteriore dell’altare maggiore della chiesa, è stata incastonata in un complesso scultoreo realizzato dall’artista locale Nicola Petruccelli. Le scene sui pannelli rappresentano il classico repertorio iconografico di san Matteo: la chiamata dell’Apostolo da parte di Gesù, la cena in casa di Matteo e l’Evangelista scrivente. In occasione dei pellegrinaggi ne è permesso il bacio.

Il complesso abbaziale, a partire dal XVI secolo, tramutò dunque la sua destinazione: non più esclusivamente luogo di transito, assistenza e accoglienza per i pellegrini diretti al santuario di micaelico di Monte Sant’Angelo, ma centro propulsore del culto di san Matteo e di intensa devozione popolare. Alla fine del XVI secolo, sullo stesso altare fu collocata una statua in legno d’ulivo scolpito e dipinto che rappresenta l’evangelista Matteo seduto in cattedra, con un libro aperto nella mano destra e una penna nella sinistra (tipico attributo dell’Evangelista). Sulla statua ancora si discute sia in merito alla datazione sia sull’identità della scultura, a partire dall’ipotesi (che, peraltro, non tutti gli studiosi accolgono) che fosse in origine un Cristo benedicente, riadattato e “travestito” come Matteo alla fine del sec. XVI.

I riti

Il complesso santuariale riveste ancora oggi quel ruolo di centro di accoglienza che ricorda l’antica funzione di xenodochium.
L’incremento progressivo del pellegrinaggio (favorito, negli ultimi anni, anche dalla vicinanza con il santuario di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo) impegna quotidianamente la comunità dei frati che curano l’ospitalità di singoli e gruppi. In aggiunta ai momenti di preghiera, di spiegazione delle vicende storiche che hanno interessato il santuario e di illustrazione del patrimonio artistico, l’accoglienza ai pellegrini si arricchisce di riti particolari, legati al culto di San Matteo, intriso di elementi derivanti dalla cultura contadina della Capitanata e del Gargano; San Matteo è protettore delle popolazioni rurali di questo territorio.

Uno di questi riti consiste nella benedizione dell’olio e nella unzione della fronte, oggi concessa a tutti i pellegrini ma riservata in origine a persone che avevano contratto la rabbia in seguito al morso di un cane ammalato o a coloro che avevano subito danni o offese da parte di altri animali. Era usanza, altresì, condurre presso il santuario gli animali domestici, il bestiame, gli attrezzi agricoli e ungerli con l’olio di san Matteo, per preservare da malattie ed epidemie gli animali e propiziare le attività agricole; in tempi più recenti, un frate questuante percorreva strade di campagna recando con sé l’olio santo.

Oggi i devoti sono soliti portare a casa una boccettina di olio, benedetto attraverso una formula particolare. L’affidamento della protezione del bestiame al Santo si desume anche dall’intitolazione a Matteo della tradizionale fiera del bestiame che si teneva il 21 settembre (ricorrenza della festa) e alla presenza, presso numerose stalle della zona, dell’immagine di Matteo. Inoltre è noto che, fino agli anni ’60 del Novecento i contadini offrivano al Santo le primizie del raccolto, il primo agnello del gregge, il primo maialetto, il primo puledro.

Il patrocinio di san Matteo si estende in particolare ai cavalli, tanto che per lungo tempo fu consuetudine dare loro il nome di Matteo. Testimonianza di questo speciale patrocinio si ritrova in un medaglione marmoreo che raffigura il volto dell’Evangelista mentre ammira una testa di cavallo, realizzato attorno al 1927 da uno scultore locale e destinato a ornare il fastigio del tempietto dell’altare maggiore. Una forma “attualizzata” di devozione, sviluppatasi in tempi recenti, consiste nell’affidare alla protezione del Santo la propria auto, facendola benedire nel suo nome. È un rito praticato anche in riferimento ad altri mezzi di locomozione.

Il patrocinio di Matteo si estende inoltre, in virtù della sua occupazione di gabelliere, alla Guardia di Finanza, ai banchieri, ai ragionieri, ai dottori commercialisti.

Visitatori e pellegrini

Il santuario oggi si configura come attivo centro polifunzionale. Agli ambienti dedicati alla liturgia, alla preghiera, alle pratiche cultuali e devozionali, si fondono spazi culturali di grande rilievo, come la biblioteca-museo. E anche nel prezioso patrimonio librario e nella diversificata e ampia dotazione museale emergono quei motivi e significati propri del culto e della devozione per san Matteo.

Il sito è interessato da un intenso flusso di pellegrini, che vi giungono, in compagnie organizzate o in gruppi autonomi, di provenienza regionale, nazionale e internazionale: Puglia, Abruzzo, Molise, Campania, ma anche Irlanda, Germania, Svizzera, Francia, USA, Canada, Australia. Un rituale dei novizi della Compagnia di San Marco in Lamis consiste nel raccogliere, lungo il sentiero, una pietra, metafora dei propri peccati, che viene portata fino alla vetta. Una volta giunti sul pianoro, ogni pellegrino getta simbolicamente la pietra alle spalle, in segno di liberazione dal peccato.

I pellegrinaggi si intensificano in autunno, in coincidenza della festa liturgica del Santo, il 21 settembre. In questa occasione la reliquia di san Matteo viene esposta alla devozione dei fedeli e portata in processione fino a Borgo Celano. Anche nel mese di maggio si registra un ulteriore incremento delle presenze, in occasione delle ricorrenze micaeliche a Monte Sant’Angelo e nicolaiane a Bari.

fonte: firbspazisacri.uniba.it/

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