la Piazza dell’Unione a New York

 

L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Corriere di Foggia del 2 luglio 1950.  Il testo, presente nell’Archivio della Biblioteca di San Matteo, è stato acquisito tramite OCR , corretto manualmente e  ri-formattato da Michele Colletta.

Nel cuore della metropoli del mondo

La piazza dell’Unione a New York

J.Tusiani in una foto inedita. Era appena arrivato in America, alla fine degli anni '40

E’ una piazza caratteristica nel cuore della metropoli del mon­do. Al centro sta la statua del Presidente martire in atto di accogliere a sé le varie razze qui confluenti. E tutti si raccolgono in questa piccola oasi solenne e selvaggia, ove si parlano tutte le lingue e tutti i dialetti, ove tutte le fogge del vestire si pre­sentano nei colori originali. Qui puoi vedere il giovane sognatore, pallido e con la zazzera; lì seduto all’altro sedile, l’ubriaco che rutta tra i vapori di birra tracannata parole insensate e scomposte come il residuo del vestito che lo copre; a destra è un mulatto che s’affanna a pro­vare a un crocchietto che lo ascolta, le funeste conseguenze dell’invenzione atomica, e più sbraita, gesticola, si dimena, dal­l’ultima radice dell’essere, si colora in volto, arrotonda con qualche espressione grossa il suo dire se ai dieci fedeli si aggiunge l’undicesimo; a sinistra, invece, un vecchietto, che forse si cre­de l’ultimo signore dell’era nobile, apre il cartoccio del granturco a due piccioni che, noncu­ranti di tutto ciò che si svolge intorno, beccano beati il mangi­me degnando di uno sguardo, tra un grano e l’altro, il benefattore dal tubo lucente e dal colletto inamidato; ma ahimé passa un monelluccio negro e sbanda i due piccoli affamati dandosela poi a gambe; senza scomporsi il si­gnore intasca il rimanente del cartoccio e continua per la sua strada. In questa piazza trovi il poeta e il musico, la coppia degl’innamorati e il giornalaio, il cieco che passa con il barat­tolo per l’elemosina legato al collo e la mendicante in pelliccia, lo studente universitario col libro sotto il braccio e la ra­gazza che stanca di aver bussato a cento porte in cerca d’impiego viene qui a dimenticare ogni umiliazione subita, il policeman che gira dondolando il mazzarello ammonitore e la vecchietta che invita i passanti al suo tavolo più vecchio di lei, ove con somma cura, sono infilati come tanti anelli scuri i biscotti e bi­scottini di oggi, di ieri, e l’altro ieri.

Thank you – senti dire se qualcuno s’è avvicinato a comprare. Thank you, ed è un altro che ringrazia il vicino di sedile che gli ha detto che sono le sei, o le sette o già le otto,Thank you, ed è ora una signorinella che ringrazia con un freddo sorri­so chi le ha raccattato un in­voltino cadutole, il quale la se­gue con uno sguardo indefinibile stiracchiandosi beatamente all’ultimo sole del giorno, E pas­sano i minuti, passano le ore, passano i giorni, i mesi e gli anni, ma Union Square resta, è sempre là; mutano gl’individui, cangiano le logge ed i co­stumi, variano i linguaggi, si al­tera lo sfondo con nuove e più belle costruzioni, si trasforma la città, si evolve il mondo, ma Union Square rimane là, sempre immensa nella sua ristrettezza e sempre accogliente. E’ così che Onorio Ruotolo descrive la Piazza in una mirabile poesia.

Noi venuti da poco in questa terra, scoperta da un Nostro non sappiamo tutti i particolari, ignoriamo le sfumature della sto­ria di Piazza dell’Unione. Ep­pure quant’Italiani son passati su questi sedili! Quanti! Erano altri tempi, quelli. Era l’epoca dei “dagoes” quando cioè noi Italiani eravamo calcolati infe­riori ai Cinesi e responsabili di ogni delitto, di ogni furto, di ogni gesto ambiguo, quando e­ravamo guardati in cagnesco o non eravamo guardati affatto; era il tempo dei nostri nonni, quando non esistevano negozi e fattorie ove si parlasse la lingua italiana e tutta quella nostra povera gente veniva irrisa e trascurata, sfruttata e vituperata. Di tutto quel vecchio mon­do non rimane oggi che un ricordo, un ricordo che non è sta­to incluso nei libri ma è rimasto con rughe profonde sulla fronte dei nostri padri e si trascina ancora, scalfito ancora ma visibile e imperituro, sulla nostra.

Ma torniamo a Union Square.

Com’era la Piazza quando, per esempio, Pirandello visitò l’America? Il drammaturgo di Girgenti fu due volte in America, la prima nel 1922 e la seconda, se non erro, nel ’35, poco prima della Parca. Nel lontano ’22 il Pirandello fu festeggiato con un ban­chetto dalla Società degli Au­tori. Un solo italiano fu invitato alla cerimonia conviviale e sedette al fianco del drammatur­go che non conosceva l’inglese; quest’Italiano, tra i più grandi scultori viventi, è Onorio Ruo­tolo, il quale ha oggi lo Studio proprio al limitare di Piazza del­l’Unione. Fu allora che il Pirandello, non senza imbarazzo fra tanti che non capiva, espresse all’amico interprete ciò che po­trebbe costituire la più bella definizione e interpretazione del­la sua arte: “Nella mia vita io mi son sempre tormentato alla ricerca di come poter dire il massimo col minimo“. Visitò Pirandello la Union Square? Forse sì. Oggi pochissimi ita­liani vivono nel suo raggio. Ma rimane, come ho detto, lo stu­dio artistico di uno che ha riem­pito della sua opera l’America e il mondo, di uno che è stato a contatto con le più grandi per­sonalità di ogni ramo, di uno che, con la fondazione della Scuola “Leonardo da Vinci”, ha imposto il nome d’Italia all’am­mirazione del mondo americano. Quando sorse quella Scuola, travolgente fu l’entusiasmo. Da ogni città d’America s’accorreva al tempio dell’arte italica per imparare naturalmente gratis, a dipingere a scolpire e a gettare i piani della nuova futura archi­tettura. Erano bambini, adulti, vecchi che venivano a lavorare sotto l’immagine ispiratrice di Leonardo, artisti che oggi ope­rano nel nome d’Italia Madre nelle più lontane città della ter­ra. E gli americani guardavano ed erano costretti, per non perire, a modernizzare i loro me­todi accademici, e apprendeva­no e imitavano e plaudivano. E i più grandi Italiani scrive­vano dalla Penisola incuorando, e contribuivano con lettere ed articoli, con telegrammi e mes­saggi d’ogni sorta, alla vita del­la “Leonardo”. Vincenzo Gemi­to, da Napoli, mandò al Ruotolo, fondatore della Scuola nonché suo ex allievo, questa dedica autografa, più bella e grande appunto perché non ossequente alle regole della cosiddetta grammatica di coloro che sanno scri­vere la letterina ma non sanno creare un pensiero di bellezza:

Insistendo nella disciplina di arte delli voi maestro della Leo­nardo fate che non morisse, così piace amico mio Ruotolo a Ge­mito“. Gabriele D’Annunzio, Giovanni Papini, Fiorello La Guardia, Arturo Toscanini, Rodolfo Valentino ed altri, altri an­cora, hanno scritto oppure so­no stati a visitare riverenti il grande tempio della “Leonar­do”. Oggi la Scuola non vive più perché boicottata, dopo più di un quarto di secolo di splendore, dagli stessi piccoli italiani della colonia. Ma vive il Maestro, ancora operoso, e grande, all’angolo di Piazza dell’Unione.

Vive e lavora, indomito, mai per sé e sempre per gli altri. Nel suo studio si sono radunati e continuano a, tener convegno i più begli ingegni di quella no­bile Italia pellegrina nel mondo e forse poco nota agli Italiani della Terra del “sì”. Accenne­rò ad alcuni nomi: Antonio Calitri di Panni (Foggia), roman­ziere, poeta e traduttore, non­ché il primo insegnante l’italia­no nelle High School di New York; Ario Flamma, dramma­turgo siciliano e fervido anto­logista di ogni gloria italiana nelle Due Americhe; Italo Stan­co, romanziere e novelliere abruzzese ed oggi direttore de “La Follia di New York”; il Padre Canelio Dattolo, il primo laureato italiano della Colum­bia University e il fondatore della prima parrocchia italiana a Dobbs Ferry; Arturo Giovannitti al quale nel 1922 s’interessò tutto il mondo e il cui poemetto in inglese “The Walker” scritto in prigione sotto l’incubo della sedia elettrica, a suo tem­po tradotto fin nell’Esperanto e recentemente in italiano per opera dello stesso Maestro Ruotolo, fa parte delle migliori an­tologie americane; Riccardo Cordiferro, il vate della poesia co­loniale ancor oggi lamentato da cento cantori in alate quartine e stanze; Marziale Sisca, pro­prietario de “La Follia” e ami­co e protettore di tutti gli astri del firmamento lirico italiano del Metropolitan, la cui casa è sa­cra al ricordo di Caruso, Gigli, Schipa, Di Stefano, Tagliavini, Tassarini, ecc.; Cesare Sodero, l’insigne compositore e direttore d’orchestra partito dalla scena dei viventi due anni or sono, ma la cui opera “Ombre Russe” vivrà “fin che il mondo lon­tana“; Frank Romano, avvocato, giudice della Corte di Poli­zia, Commissario della Pubbli­ca Proprietà e Cavaliere di Co­lombo; Guido Vitrone, tra i più noti redattori de “Il Progresso italo-americano” e già fondatore e direttore di molti giornali; Giuseppe Fabrizio, appassionato cultore del bello; il Pennese, flautista virtuoso; Salvatore Cutino, poeta e drammaturgo palermitano assai elogiato dalla critica americana ed europea; Francesco e Pietro Greco, gentili poeti di myricae, calabresi; Oscar Mazzitelli, alacre giornalista e forbito conferenziere.

Ed entrano, nello studio di Onorio Ruotolo giovani inesperti in cerca di un consiglio che li guidi nell’arte. Ed il Maestro dona, dà sempre quel che può senza far mai notare il gesto della sua generosità.

Anima grande come la sua mente. Di Onorio Ruotolo scul­tore potranno parlare, meglio di me, i non pochi che di lui hanno scritto, tra i quali Frances Winwar e, costà, Armando Maz­za nel “Giornale Letterario” di Milano; potranno parlare, meglio di tutti, le statue disseminate nei teatri, nelle scuole, nei cimiteri, ovunque; ma io chiuderò col presentare ufficialmente all’Italia, e forse per la prima volta, non già lo scultore ma il poeta. Si, Onorio Ruotolo è poeta, di quelli che scrivono come ditta dentro, poeta vero. Ha pubbli­cato, qua e là, ma non ha mai voluto raccogliere in volume le cose donate negli anni. Poesia, la sua, che non ha la impazien­za della scelta metrica, ma che si estrinseca vestita di una ca­norità propria, di una musica grave quando grave è il pen­siero, e snella quando snello è il motivo che le dia vita.

Poesia che, letta, lascia nella mente del lettore non il ricor­do di parole ma un quadro o un concetto di gioia o un so­spiro di bontà o un desiderio d’infinito e di purificazione cri­stiana e francescana. Dei pochi poemetti pubblicati fuori com­mercio dalla Casa Editrice “La Lucerna”, quello scritto in me­moria del suo primo maestro, Belisario Bucci di Bagnoli Irpino, è il migliore per inqua­dratura, forza emotiva ed espres­siva. A volte egli sa cogliere tutta la musica della migliore poesia inglese, come nei versi seguenti ove si ricordan le far­falle irpine:

Bianche come la neve:

candide come la fede.

Brune o nere come la notte:

com’il peccato, come la morte.

Gialle o rosse com’il sangue:

come il sole, come l’amore.

Ma forse è bene rimandare ad altra volta lo studio sulla poesia del Maestro.

Ora egli esce dallo Studio e si confonde con gli esseri igno­ti della Piazza dell’Unione. Alto, energico, egli passa fra tutta questa gente e come per incanto si fa umile tra gli umili, strin­ge la mano al suo giornalaio, saluta il negro che fa manovra­re l’ascensore, sorride e qualche fanciullo che ruzza clamoroso tra i sedili, siede anche lui, os­serva, medita.

Il sole intanto scompare. Fra poco, le grandi insegne lumino­se si accenderanno su tutti i grattacieli della metropoli. I se­dili della Union Square vengo­no a mano a mano deserti. Ma c’è ancora la vecchierella coi bi­scotti infilati al suo tavolo, e vedo che è ritornato il vecchio signore dal tubo lucente e dal colletto inamidato a versare il rimanente del cartoccio ai due piccioni che forse lo hanno at­teso.

Da una vicina chiesa cattolica rintocca l’Angelus.

GIUSEPPE TUSIANI

Pubblicato: mercoledì, 15 gennaio 2014 (1.291 letture)
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