Primavera a San Matteo

 

Quando nella pianura è già canicola, a San Matteo matura la primavera. Il bosco abbandona i colori giovanili per ammantarsi di accogliente, dolce verde materno. Allora occhieggia ai raggi del sole lo stupendo giglio rosso. E mal gli coglie giacché il turista, inesperto di cose belle, rinselvatichito dalle foreste cittadine, si avventa famelico in gesto distruttore.

I gigli rossi, lilium bulbiferum sono sempre rari, come rari saranno fra poco gli agrifogli e forse anche i narcisi, vanto della nostra terra. È certo difficile resistere al fascino prepotente di questa natura ricolma di forme e di colori.

1 lilium bulbiferum

 

Comincia in sordina. Alla fine di febbraio spuntano nudi dal suolo ancora riarso i crochi annunziatori della primavera. Poi sul bordo del bosco gli occhi attenti del nativo intravedono i mazzetti delicati delle giunchiglie dalle grandi tazze gialle piene di polline.

Tra le foglie secche si fa largo l’esile stelo della scilla bifolia, frammento di ciclo turchese nei resti malinconici dell’autunno.

 

 

4 anemone

 

L’anemone appennina arriva più tardi, ma lo fa alla grande. Le corolle bianche e rosa si fondono mirabilmente col verde di mille erbe umili e anonime. Il suolo si veste di manto nuziale su cui si disegnano i lunghi rami ancora secchi di roveri e carpini.

 

 

5 botton d'oro

Intanto fioriscono, solenni, gli aceri. Qualunque cosa facciano è da protagonisti. Per prima cosa i fiori: campanelli che sembrano squillare ad ogni alito, ma non sono campanelli: sono orecchini di ragazze fantasiose.

Il bosco si tinge di colori vivi, violenti e aggressivi. Il botton d’oro imperversa con i suoi petali smaltati chi l’avrà mai pensato che il giallo è il colore dell’invidia!

Dappertutto l’azzurro del cinoglossum e della pulmonaria dalle foglie maculate.

Le siepi sono un regno a sé. I viluppi e gli intrichi coprono un’attività frenetica in cui vita e morte sembrano placate in meridiano torpore. Un ronzio tenue, uniforme e ininterrotto fa da sfondo all’apparente calma di farfalle svolazzanti e ragni tessitori.

La siepe è un microcosmo tutto da scoprire: ragni e farfalle, serpi e merli, insieme a una miriade di creature belle e brutte, aggraziate e gratificanti si contendono il piccolo spazio che è tutto il loro mondo.

 

8 latiri

 

I latiri alzano i vistosi trofei papilonacei e le ipomee stendono i viticci ricchi di occhi rosa, bianchi e azzurri. Tutto è unito e quasi amalgamato dalla vitalba gran madre protettrice e soffocante dai bianchi soffici fiori di cotone. Solo la rosa canina si divincola e tende, omaggio gentile, i suoi rami gemmati al cielo e al viandante.

Le grandi radure, ancora sgombre di greggi, sono invase dal popolo delle pratoline , tutte uguali, tutte schierate verso il sole, tutte ugualmente chiuse e malinconiche se non possono bagnarsi alla sua luce.

 

 

11 narcissus poeticus

Intanto ha fatto la sua apparizione il re della primavera di San Matteo: il narciso. I botanici lo chiamano, con un lampo di fantasia, narcissus poeticus. La gente preferisce il più concreto e appetitoso “suca mele”. L’umore che esce dagli steli appena strappati e il profumo, ugualmente densi e mielosi, ne giustificano il nome. Spuntano a milioni. Le bianche corolle ti guardano col grande occhio giallo bordato di rosso, e tu non sai quale scegliere, quale preferire e ti rammarichi di non aver cento mani per accarezzarle tutte.

 

 

A Pasqua la primavera si fa più fantasiosa.

Gli aridi pendii battuti dal vento si coprono di ginestre e gerani molli; fiordalisi, calcatreppole e il grande sfodelo ramoso , fiore dei morti, vivono accanto al più discreto ed elegante asfodelo bianco e al cugino asphodeline lutea . La grande ginestra leopardiana alza al cielo gli steli acuminati e sparge attorno il suo profumo mentre il lino, antico amico dell’uomo, copre le rocce con i suoi fiori azzurrini.

18 risettoLe strade sono bordate di risetti rosei e gialli che la fantasia popolare chiama “manine di Gesù Bambino”.

Alzano le creste rosse e bianche cisti e caprifogli.

Se il viaggiatore resiste a tanto spettacolo, può salire di qualche chilometro verso la montagna, dove il bosco si dirada e cede ai pascoli montani. È il regno del timo, della nepetella, della marruggine, della genzianella, del mentastro. Macchie di origano maturano familiari odori. Qui nel fresco delle doline si stendono, imprevedibili, fitti tappeti di viole.

La chiamano viola tricolor, ma le fanno torto: le piccole corolle, antenate delle domestiche viole del pensiero, di colori ne hanno mille: dal bianco candido al giallo, dall’azzurro appena velato di rosso al viola cupo e passionale.

17 viola tricolor

Quando il viaggiatore si sarà saziato, quando avrà smaltito in quest’aria angosce e rancori, quando avrà imparato di nuovo a sentire i sussurri della natura e le vibrazioni dell’anima, allora sarà pronto a gustare sapori più raffinati: le orchidee.

Non è di tutti sentirsi rabbrividire dinanzi a simili creature. Bisogna scoprirle, corteggiarle, contarne i movimenti e i capricci per poi accorgersi di non aver violato il loro mistero. Sono complesse nella loro semplicità, gran parte della loro vita sfugge alle indagini, sono contorte, equivoche. La bellezza non è tutto il loro pregio. Anche il nome rievoca gli interrogativi e i pudori che il mistero della vita porta con sé.

Intorno a San Matteo se ne trovano oltre quaranta specie diverse. Ce n’è per tutti i gusti. Il genere ophrys sembra avere il primato della popolarità. Non sai se sono piante o bestie. Dicono che i fiori si camuffino da femmine di insetti. Mentre il maschio consuma la sua virilità nel patetico tentativo di accoppiarsi, il fiore, furbo, gli deposita sul groppone le sue masserelle di polline.

 

20 ophris bertolonii

 

Contento e gabbato, l’insetto svolge il suo ruolo di pronubo credendo di essere protagonista. C’è la ophrys bertoloni, dal lucido specchietto affogato in manto lanuginoso, la ophris lutea , la apifera, la fuciflora dalla grande bocca, la sphegodes chiamata anche fiore ragno. Ci sono orchidee che evidenziano i difetti dell’uomo come l‘aceras anthropophorum con quei buffi rachitici ometti, tutti ugualmente appesi per la collottola e messi alla berlina, ognuno col suo terrifico elmo omerico aperto a raccogliere omaggi di mosche e zanzare.

 

 

C’è poi l‘orchis simia ,23 italica bisimparentata con lorchis italica

Nelle radure scoperte si stendono al sole famiglie di dactylorhiza sambucina , di orchis morio , di anacamptis pyramidalis, l’orchis coriophora spande il suo delicato profumo di vaniglia mentre l’allegro, imprevedibile himantoglossum hircinum dalle lunghe barbe avviticchiate, fa sentire da lontano il suo puzzo di antico becco.

 

25 orchis coriofora bis

 

 

Sulle pietraie odorose si allargano macchie di serapias vomeracea

 

 

 

27 serapias lingua

 

 

Se hai occhi potrai scoprire la serapias lingua, dalla lunga lingua rossa.

 

 

 

 

 

Se poi sei fortunato potrai ammirare, ma guardala bene perché difficilmente la vedrai ancora, la stupenda serapias cordata dal lungo labello viola che spunta da brattee d’argento.

28 serapias cordata.

Anche il bosco nasconde le sue gemme. Ai margini, con un po’ di fortuna, si incontrerà la orchis ustulata dal labello ornato di punti rossi. La dactylorhiza maculata la si potrà vedere solo nell’interno del bosco dove la luce si mescola con i vapori della terra.32 platantera bifolia bis

Lì, solitaria e maestosa, cresce la grande orchis purpurea i piccoli fiori appesi alla grande spiga sono bambine capricciose che piangono a squarciagola con le gambe aperte e le braccine spalancate.

Sotto gli alberi dove è più soffice il manto delle foglie morte, crescono le famiglie della neottia nidus-avis mirabilmente disegnata.

Negli angoli più bui, snella, elegantissima, spunta la sagoma filiforme della platantera bifolia dai fiori di cera.

 

P. Mario Villani